IL CALCOLO DELLA DATA DEL NATALE

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Ci fu un tempo in cui il Natale a Boston era bandito perché i Puritani dicevano che era una festa presa dai pagani. Sopravvissuto a quell’attacco, divenne per noi il momento più magico dell’anno. Probabilmente nessun altro periodo del calendario è altrettanto profondamente radicato nelle nostre emozioni. Il presepe, l’agrifoglio, gli ornamenti, i canti natalizi, le visite a casa, Santa Claus, le sorprese dello scambio dei doni e le feste, tutto questo cattura i nostri ricordi e la nostra immaginazione quando sono al culmine della loro freschezza, e non li lascia mai veramente svanire. Anche chi non sa nient’altro su Gesù sa che nacque il 25 dicembre.

 

Ma è proprio così? E ha importanza?

 

Il Codice Da Vinci e i documentari come Zeitgeist amano affermare che, in maniera sospetta,  anche Adone, Dioniso e Osiride erano nati il 25 dicembre. Quello che però non dicono è che il compleanno di dèi come Dioniso e Osiride era stato spostato dalle precedenti date di metà estate al 25 dicembre dall’imperatore Aureliano, e soltanto alla fine del terzo secolo d.C.. Dunque, se la data del 25 dicembre per la nascita di Gesù è stata presa in prestito, certamente non è stata presa da qui.

 

L’anno

 

Molti Cristiani probabilmente rimarranno sorpresi a sapere che durante i dibattiti sulla celebrazione del Natale nella Chiesa del terzo secolo, per la nascita di Gesù vennero proposte otto date di sei diversi mesi, tra cui il 6 gennaio, il 2 aprile, il 21 aprile, il primo maggio, l’11 settembre, e, naturalmente, il 25 dicembre. Un gruppo, secondo cui gli anniversari della nascita erano cose per gli dei pagani, era veementemente contrario ad osservare la ricorrenza. La data del 25 dicembre fu una delle ultime ad essere proposta, e non è affatto certo che sia quella corretta. Nel nostro calendario il Solstizio d’Inverno cade il 21 dicembre, ma nel calendario giuliano, in uso all’epoca, la data del solstizio era il 25 dicembre.

 

Il nostro interesse per gli anniversari della nascita è un fenomeno relativamente nuovo. Finché la registrazione delle nascite non divenne obbligatoria, era molto comune non conoscere con precisione il giorno, il mese, o addirittura l’anno in cui si era nati. In ogni caso, nell’antichità il fulcro dell’interesse storico tendeva ad incentrarsi sul giorno in cui una persona era morta, in particolare nel Cristianesimo.

 

A quanto pare i primi Cristiani avevano dimenticato quando Gesù era nato, o più probabilmente non l’avevano mai saputo. Quella non sembrava una priorità, dato che generalmente erano molto più interessati ad altri aspetti della sua vita. Anche se sappiamo per certo che nel secondo e nel terzo secolo ci furono tentativi individuali di capire quando Cristo fosse nato, la vera e propria celebrazione della sua nascita appare decisamente un’idea successiva. Il più antico documento che possediamo sulla celebrazione del Natale in Occidente risale a oltre trecento anni dopo la passione di Gesù, e in Oriente a un secolo dopo. Fu soltanto nel 350 d.C. che Giulio I fissò la data al 25 dicembre. A quel punto ovviamente era troppo tardi per consultare qualcuno che avrebbe potuto conoscere la data corretta, e alcuni dei primi scrittori Cristiani erano assolutamente contrari alla scelta del 25 dicembre.

 

Ireneo, nato all’incirca un secolo dopo Gesù, annota che Gesù era nato nel quarantunesimo anno del regno di Augusto. Augusto divenne imperatore nell’autunno del 43 a.C., il che potrebbe indicare che Gesù nacque nell’autunno del 2 a.C. Il grande storico della Chiesa Eusebio (+ 340 d.C.) colloca la nascita di Gesù al quarantaduesimo anno del regno di Augusto (dall’autunno del 2 a.C. all’autunno dell’1 a.C.) e a ventott’anni di distanza dalla sconfitta di Antonio e Cleopatra. La sconfitta di Antonio e Cleopatra e l’annessione dell’Egitto all’Impero Romano avvennero nell’autunno del 30 a.C., dunque il ventottesimo anno andrebbe dall’autunno del 3 a.C. all’autunno del 2 a.C. Se consideriamo entrambe le testimonianze, la data di nascita sostenuta sia da Ireneo che da Eusebio sarebbe il 2 a.C., probabilmente in autunno.

 

Sarebbero dovuti trascorrere cinquecento anni prima che ci fosse un altro tentativo sostanziale e ufficiale di stabilire la data della nascita di Gesù, e anche allora non era quello l’intento principale dell’uomo che lo effettuò. Il Papa di quei tempi, Giovanni I, era preoccupato dal fatto che le varie ramificazioni del Cristianesimo celebrassero la festa principale della Pasqua in diversi momenti dell’anno, e voleva un sistema per calcolare con precisione la ricorrenza, di modo che una data standard potesse essere usata in tutta la Cristianità. (Presumibilmente ciò gli avrebbe anche risparmiato l’imbarazzo di consultare gli Ebrei per una data precisa, dal momento che a quel punto essi l’avevano calcolata con un certo successo per oltre un millennio. Naturalmente se l’avesse fatto noi non avremmo mai avuto l’Era Cristiana, e quest’anno staremmo inviando auguri natalizi con data 1725).

 

Papa Giovanni affidò il compito di calcolare la data della Pasqua a un erudito monaco scita, Dionigi il Piccolo, (+ c. 544 d.C.), noto studioso delle Scritture e giurista canonico, nonché abate di un monastero romano. Dionigi stabilì effettivamente quella che considerava una data precisa per la Pasqua, a quanto pare con pochi effetti pratici dal momento che dopo millecinquecento anni le varie diramazioni del Cristianesimo stanno ancora celebrando la Pasqua in momenti diversi. Ma un prodotto collaterale del lavoro di Dionigi sulla Pasqua fu l’invenzione dell’Era Cristiana.

 

Il calendario in uso a Roma all’epoca di Giovanni I non era, come ci si potrebbe aspettare, il calendario Giuliano introdotto dalla riforma di Giulio Cesare nel 45 d.C., in cui il Capodanno era il primo gennaio, bensì un adattamento del sistema egiziano, chiamato il calendario di Diocleziano. Diocleziano decise di stabilire un nuovo calendario basato sull’anno in cui egli era diventato imperatore, il 284 d.C. Come primo giorno dell’anno venne fissato il 29 agosto, che era stato l’antico capodanno egizio nel calendario di Alessandria, dato che gli Egizi lo credevano il giorno in cui il mondo era stato creato. In Europa tutti gli eventi fino al sesto secolo venivano datati per mezzo del calendario di Diocleziano. I Cristiani Copti d’Egitto usano  tuttora il Calendario Egiziano, e sono attualmente nell’anno 1725.

 

Qualsiasi persona ragionevolmente informata può probabilmente citare dieci o dodici calendari di cui ha sentito parlare, oltre a quello basato sulla nascita di Gesù. I calendari ebraico, islamico, maya, egiziano, giuliano, babilonese, francese, greco, cinese e persiano sono soltanto alcuni dei più noti, e tutti fanno partire il loro conteggio da un avvenimento considerato di grande importanza. Il calendario ebraico, ad esempio, calcola la sua era dalla domenica 6 ottobre del 3.761 a.C., all’ora 11 e 11 p.m. più venti secondi, corrispondente all’istante in cui riteneva fosse avvenuta la creazione.

 

Anche Dionigi il Piccolo volle basare il suo nuovo calendario su una data significativa, quella che per lui era la data più significativa di tutta la storia: la nascita di Cristo; ma, ovviamente, a quel punto nessuno sapeva con certezza quando fosse avvenuta.

 

L’ “Era Integrale”

 

A ciò è collegato un fattore chiave che spiega perché i primi Cristiani giunsero a credere che il 25 dicembre fosse il giorno di nascita di Cristo: la nozione ebraica di “era integrale”. Nell’Ebraismo del primo secolo questa credenza era molto diffusa, sebbene non sia menzionata nella Bibbia ed oggi i Cristiani ne siano del tutto ignari: essa afferma che per tutti i grandi profeti la data di morte coincideva con quella di nascita o del loro concepimento. Così, se la Creazione, come era ritenuto dal Calendario di Diocleziano, era stata compiuta da Dio il 25 marzo, sarebbe stato estremamente appropriato che Gesù come Figlio di Dio venisse concepito lo stesso giorno in cui essa era avvenuta. Dionigi ragionò che se Gesù era stato concepito il giorno della Creazione, il 25 marzo, sarebbe nato nove mesi più tardi, il 25 dicembre. La teoria dell’“era integrale” voleva anche dire che egli sarebbe morto il 25 marzo, il che approssimava la data della Crocifissione. Fu probabilmente questo fatto, piuttosto che un qualche adattamento alle divinità pagane, a rendere popolare  per la prima volta la data del 25 dicembre nel Cristianesimo.

 

Dionigi aveva a disposizione alcuni precedenti per la data del 25 dicembre perché l’imperatore Aureliano nel 274 aveva dichiarato tale data festiva in onore del dio solare Mitra. Sessantun’anni dopo i Cristiani (nel 335 d.C.), probabilmente per contrasto, iniziarono a celebrare la nascita di Cristo lo stesso giorno. I Cristiani di Antiochia, invece, cominciarono a celebrare la nascita di Gesù il 6 gennaio, come fanno a tutt’oggi in alcune Chiese Ortodosse. Ma i Cristiani d’Egitto non celebrarono affatto il Natale fino al 430 d.C. Non c’è alcun evento che presenti prove precedenti al 335 d.C. del fatto che il Natale fosse celebrato da qualcuno, il 25 dicembre o in qualsiasi altra data.

 

Molti credono che i leggendari ecclesiastici anglicani John Lightfoot e l’arcivescovo James Ussher d’Irlanda fossero stati i primi a cercare di datare le origini del mondo; invece del tradizionale 25 marzo, Lightfoot aveva calcolato che la creazione era avvenuta il 23 ottobre 4004 a.C. alle 9 a.m.! Il famoso libro di Ussher venne pubblicato nel 1650 e le sue date per la creazione e la caduta dell’umanità furono addirittura inserite nelle note a margine della versione autorizzata della Bibbia Inglese (la cosiddetta, impropriamente, versione di King James), e presto considerate quasi alla pari del testo biblico stesso. In realtà Lightfoot e Ussher non erano dei pionieri, ma stavano soltanto seguendo una ben comprovata serie di tentativi, destinati a fallire, di datare gli inizi di ogni cosa a partire dai fatti descritti nella Bibbia o in altre antiche saghe.

 

Procedere a ritroso dalla data della Passione

 

Alcune delle date proposte per la nascita di Gesù sono derivate come prodotti collaterali dal tentativo di stabilire la data della sua passione. Anche questa volta c’è un problema con la datazione dei Vangeli, dato che i tre Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca sembrano situare la Crocifissione nel giorno stesso della Pasqua, dopo che Gesù aveva mangiato il pasto della Pasqua la sera precedente. Il Vangelo di Giovanni, tuttavia, la individua nella vigilia della Pasqua. La tradizione della prima Chiesa seguiva Giovanni nell’accettare che la Crocifissione avrebbe avuto luogo il quattordicesimo giorno del mese ebraico di Nisan. Da notare che le uniche date di questo periodo in cui  la Crocifissione avrebbe potuto aver luogo sono il 7 aprile dell’anno 30 o il 3 aprile dell’anno 33, essendo questi gli unici giorni di quel periodo in cui la vigilia di Pasqua cadeva di venerdì. Ciò significherebbe che all’epoca della Crocifissione Gesù era tra i 33 e i 36 anni di età.

 

Testimonianze storiche e bibliche

 

Dionigi calcolò che dal concepimento di Gesù fino ai suoi giorni erano passati 525 anni. Come fosse arrivato esattamente a quel numero non lo spiegò, ma affermò che la nascita di Gesù era avvenuta nell’anno 753 dalla fondazione di Roma. L’anno successivo (754 AUC [Ab Urbe Condita]) egli lo chiamò anno 1 del nuovo sistema, e così nacque l’Era Cristiana o Anno Domini (N.d.T.: Anno del Signore). Dionigi non aveva a disposizione un anno 0: iI numero che rappresentava il niente (0) giunse a Roma dall’Arabia e dall’India soltanto duecento anni dopo.

 

Nel calendario di Dionigi c’era almeno un difetto di importanza cruciale. Sappiamo dal lavoro del leggendario storico ebreo Giuseppe Flavio che alla nascita di Gesù, Erode il Grande era ancora vivo. Un tempo era molto comune asserire che Giuseppe Flavio aveva collocato la morte di Erode in quello che corrisponderebbe al nostro anno 4 a.C., per cui Gesù avrebbe dovuto nascere prima. Tuttavia, sebbene questo indubbiamente corrisponda alla data che si ritrova nella versione stampata delle Antichità Ebraiche di Giuseppe Flavio, una consultazione delle fonti manoscritte in possesso della British Library di Londra e della Library of Congress rivela che nel corso della composizione tipografica era avvenuto un errore di trascrizione: per la morte di Erode il manoscritto indica una data corrispondente all’anno 1 a.C. , ma il compositore per sbaglio inserì nelle versioni stampate la data del 4 a.C. Negli ultimi anni  è diventato molto comune leggere nelle riviste divulgative affermazioni secondo cui Gesù doveva essere nato nel 4 a.C. o prima a causa dell’errore nella citazione di Giuseppe Flavio. In seguito a questa recente scoperta nei manoscritti di Giuseppe Flavio, sembra che possiamo concludere che Gesù nacque nell’anno 3 o nell’anno 2 a.C., certamente non più tardi dell’1 a.C.

 

1 Si crede che le festività ebraiche come Hanukkah cadano in date diverse ogni anno, ma non è così. Nel calendario ebraico esse cadono negli stessi giorni ogni anno: è nel calendario gregoriano, che attualmente è quello più diffusamente impiegato nel mondo, che cadono in date diverse, dato che tale calendario non tiene alcun conto dei cicli Lunari. La Luna fa un giro intorno alla Terra approssimativamente ogni ventinove giorni e mezzo. Il calendario ebraico arrotonda tale cifra in mesi alternati, cosicché i mesi ebraici sono di 29 o 30 giorni, cioè corrispondenti ai cicli Lunari. La Terra orbita intorno al Sole ogni 12,4 mesi Lunari. Anche la durata degli anni ebraici di conseguenza è arrotondata a 12 o 13 mesi, per corrispondere a questo ciclo solare di 12,4 mesi. I nomi dei mesi ebraici sono di origine babilonese, essendo stati portati in patria da Babilonia quando gli Ebrei ritornarono dall’esilio. Rispecchiando ciò, il Vecchio Testamento preferisce chiamare i mesi per numero e non per nome. Il primo mese dell’anno ebraico è Nisan, quando cade la Pasqua, ma il numero dell’anno cambia non a Nisan, ma nel settimo mese dell’anno, Tishri. Due diversi punti di partenza dell’anno a prima vista possono sembrare fonte di confusione, ma è un po’ come la nostra abitudine di riferirci all’“anno scolastico”, all’ “anno finanziario”, o all’ “anno solare”. Sono tutti punti di partenza dell’anno diversi per scopi diversi.

 

 Il Vangelo di San Luca sembra indicare che il quindicesimo anno dell’imperatore Tiberio (27-28 d.C.) fu l’anno in cui Gesù diede avvio al suo pubblico ministero. Se iniziò all’età di trent’anni, la data della sua nascita si situerebbe nell’anno 3 a.C. A sostegno di tale data sembrano esserci gli avvenimenti narrati nel secondo capitolo di San Luca, quando Gesù fu presentato al Tempio quaranta giorni dopo la nascita. In base alle descrizioni usate da Luca è stato suggerito che Gesù venne presentato al tempio in occasione della festa dello Yom Kippur, il Giorno della Redenzione, che cadeva nel decimo giorno del settimo mese del calendario ebraico, Tishri. Il sesto mese ebraico, Elul, normalmente ha ventinove giorni. In tal caso i quaranta giorni di purificazione di Maria dopo la nascita di Gesù avrebbero avuto inizio il primo giorno del sesto mese ebraico, Elul, il che indicherebbe come data di nascita di Gesù l’11 settembre dell’anno 3 a.C. del nostro calendario.

 

Un’altra linea di informazioni potrebbe essere basata sul riferimento di Luca a Zaccaria, il padre di Giovanni Battista (Luca 1:5) che apparteneva alla divisione sacerdotale di Abijah. Le divisioni sacerdotali che servivano nel Tempio erano ventiquattro (ed è da esse e dalla famiglia di Gesù che si dice abbiano avuto inizio i famosi lignaggi reali. Abijah era l’ottava divisione, e il suo periodo di servizio sarebbe iniziato all’inizio di giugno di quell’anno. Se, conformemente al messaggio trasmesso dall’Angelo a Zaccaria quel giorno, Giovanni fu concepito poco tempo dopo, sarebbe dovuto nascere nel marzo seguente, e se Gesù era più giovane di sei mesi, come afferma Luca, sarebbe dovuto nascere in settembre.

 

Ma potremmo anche prendere la direzione opposta e calcolare a ritroso i periodi di servizio delle divisioni sacerdotali dall’anno della distruzione del Tempio, il 70 d.C., quando sappiamo che era in servizio la divisione sacerdotale di Jehoiarib.  Abijah avrebbe svolto il servizio nella prima settimana di ottobre e non a giugno, il che indicherebbe una data di nascita di Gesù in dicembre o gennaio. Naturalmente questo dà per scontato che nel corso dei settant’anni intermedi i periodi di servizio sacerdotale fossero sempre rimasti regolari e fissi.

 

Osservazioni astronomiche

 

Esiste qualche altra prova che possa aiutarci ad individuare l’anno della sua nascita con maggior precisione? Un elemento significativo in questo contesto potrebbe essere la “Stella” che stando a quanto afferma il Vangelo di Matteo guidò i Magi nel luogo in cui il bambino era nato a Betlemme, le cui rappresentazioni compaiono oggi tipicamente in tutte le decorazioni natalizie. Nessuno degli altri tre Vangeli menziona una stella dei Magi, e soltanto Luca descrive una scena della natività. Di conseguenza molti studiosi hanno suggerito che non si sarebbe trattato di una narrazione storica, bensì di una fiction creata dall’autore del Vangelo di Matteo per trasmettere il significato della nascita.

 

Molti credono che la Stella fosse un segno straordinario inviato da Dio per annunciare la nascita, ma che facesse parte del corso della natura, e non fosse quindi un evento miracoloso. Questa scuola di pensiero ha espresso molti suggerimenti per spiegare che cosa possa essere stata la Stella in termini astronomici: pianeta, cometa, meteora, supernova, o congiunzione di pianeti? Se fosse stato un miracolo, dall’astronomia non si potrebbe trarre alcuna informazione. (La storia è anche stata interpretata in termini astrologici). Sarebbe difficile immaginare che la Stella stesse adempiendo a quanto ci dice il Vangelo di Matteo se fosse stata una nova, una cometa, o una meteora. Ci viene detto che Erode dovette chiedere ai Magi il significato del segno, il che sarebbe assai inverosimile se si fosse trattato di un sensazionale evento pubblico come quelli.

 

È tuttavia interessante notare che alcune cose straordinarie stavano effettivamente accadendo nel cielo dell’epoca che ci interessa, l’anno  3 o 2 a.C. Nei giorni dei pionieri dell’astronomia come Brahe e Keplero, il calcolo delle posizioni dei pianeti e delle stelle in un particolare momento della storia era arduo e lungo compito. Oggigiorno con l’uso dei moderni software di astronomia chiunque può calcolare un accurato modello del cielo notturno per qualsiasi località sulla faccia della Terra in qualunque momento passato o futuro. Nel settembre del 3 a.C., all’inizio del Capodanno ebraico Rosh ha-Shanah, Giove ( il pianeta regale), che ha una massa trecento volte superiore a quella della Terra, iniziò ad entrare in congiunzione con Regulus (la stella regale). Dal momento che noi osserviamo i movimenti dei pianeti dalla Terra, che è di per sé una piattaforma in movimento, il moto dei pianeti può a volte dare l’illusione che la loro rotta sia invertita. Gli astronomi definiscono tale illusione “moto retrogrado”.

 

Dopo essere entrato in congiunzione con Regulus nel 3 a.C., Giove iniziò a muoversi di moto retrogrado, con il risultato che ben presto si ritrovò per la seconda volta in congiunzione con Regulus. Fatto ancora più incredibile, esso si congiunse con Regulus una terza volta, evento astrologico raro e sorprendente.

 

Dopo essersi allontanato da Regulus, Giove si congiunse con Venere il 17 giugno a.C., cosicché i due pianeti apparvero uniti uno sopra l’altro nella forma di un luminoso “8”, segno molto raro e ispiratore di timore reverenziale. Se queste congiunzioni, o una di loro, di fatto fossero state la Stella di Betlemme, quando sarebbe avvenuta la nascita significativa che essa annunciava, per il settembre dell’anno 3 a.C. o per il 17 giugno del 2 a.C., nove mesi più tardi?

 

La festa di metà inverno e il Natale

 

Ultimamente è diventato molto comune dire che il Natale fu scelto dai Cristiani in competizione con la festa pagana dei Saturnali celebrata il 25 dicembre. In realtà sembra che i Saturnali fossero originariamente celebrati il 17 dicembre, ma che nel corso degli anni si fossero ampliati in una celebrazione della durata di una settimana, culminante il 23 dicembre. Fu solo nel 274 d.C. che l’imperatore Aureliano spostò la celebrazione dei saturnali al 25 dicembre, per cui se i Cristiani avessero cercato di cooptare la festa probabilmente avrebbero scelto il 17 dicembre o una data della settimana seguente, ma non il 25.

 

Un antico pagano che celebrava i Saturnali avrebbe probabilmente dovuto essere molto elastico per sentirsi a suo agio con la moderna celebrazione cristiana; ma c’era un’altra festa del Solstizio d’inverno da cui il moderno Natale ha direttamente importato la maggior parte dei suoi simboli e delle sue usanze: Yuletide, una festa dell’Europa settentrionale le cui origini si perdono nelle nebbie del tempo. A differenza della sua controparte romana, l’antica festa pagana del nord Europa si accorderebbe perfettamente con il moderno Natale, in cui ritroviamo tutti gli elementi di Yule: l’agrifoglio, l’edera, il vischio, l’albero, e il misterioso personaggio che porta i doni ai bambini.

 

Se foste vissuti nell’Europa settentrionale mille anni fa nel periodo del Solstizio d’Inverno avreste dovuto abituarvi a vedere il sole sorgere intorno alle 9 a.m. per tornare a tramontare all’incirca sei ore più tardi. È difficile restare a dormire durante diciotto ore di buio, per cui probabilmente avreste trascorso almeno dieci ore al giorno a far fronte all’assenza di luce. Quasi tutte le tradizioni di Yuletide si focalizzano sull’affrontare l’oscurità e i pericoli che si credeva portasse con sé, aspettando con impazienza il ritorno della luce e del calore.

 

In questa cultura tutti i sempreverdi, e in particolare l’agrifoglio, l’edera e il tasso erano tenuti in gran conto come simboli di vita e rinascita. A causa del suo fogliame velenoso il tasso veniva confinato ai luoghi di sepoltura, mentre l’agrifoglio era benvenuto come protettore, in particolare dagli spiriti maligni, presumibilmente a causa delle sue fiere spine. L’edera, a sua volta, era un potente simbolo di vita eterna in molte religioni pagane, soprattutto nel druidismo.

 

Gli antichi Cinesi facevano ampio uso decorativo dell’agrifoglio durante la loro festa di Capodanno in febbraio, ma si riteneva che i Druidi usassero l’agrifoglio, che consideravano sacro, nei loro riti religiosi molto prima che diventasse benaccetto in Europa. Esso era usato estesamente per decorare caminetti, porte e finestre, o qualsiasi luogo da cui gli spiriti maligni avrebbero potuto entrare in casa. I colonizzatori inglesi portarono l’usanza negli Stati Uniti. In Galles si credeva che portando l’agrifoglio in casa prima del Natale si sarebbero scatenati dei litigi; e dato che gli alberi di agrifoglio sono sessuati, e il maschio non porta bacche, i Tedeschi e gli Inglesi credevano che, a seconda che i rami di agrifoglio utilizzati per decorare la casa la vigilia di Natale provenissero da un albero femmina o maschio, preannunciassero se nell’anno a venire in casa avrebbe dominato la moglie o il marito.

 

Tra i Celti come tra le antiche popolazioni della Scandinavia era d’uso piantare un albero di agrifoglio vicino a casa perché li proteggessero dai fulmini. È significativo il fatto che i moderni esperimenti abbiano dimostrato che il legno di agrifoglio scarica l’elettricità a terra molto meglio della maggior parte degli altri tipi di legno.

 

Anche l’origine del sempreverde del solstizio è seppellita nella notte dei tempi. Una piccola élite letteraria dell’Inghilterra del diciannovesimo secolo specializzata nella letteratura per l’infanzia fu in larga misura responsabile dell’introduzione dei rituali dell’albero di Natale in Inghilterra. Tra il popolo si diffuse anche la credenza che la responsabile dell’introduzione dell’albero in Inghilterra fosse stata la regina Vittoria, ispirata dalla cultura del suo consorte tedesco, il Principe Alberto; ma questo non poteva essere un fatto storico, dato che l’albero di Natale era già stato introdotto in Inghilterra nel regno di re Giorgio III, quando l’usanza, a quanto pare, era prerogativa della Famiglia Reale. Sembra che la pratica di portare l’albero di Natale in casa risalga all’incirca a questo periodo. Quello che di solito non viene ricordato è che gli alberi di Natale in Europa erano originariamente appesi al contrario, in una strana reminiscenza dell’Albero delle Sephiroth della Cabala, che aveva le sue radici in cielo.

 

Strettamente legato all’albero nelle origini pagane germaniche, e non meno apprezzato, è il ceppo di Yule, immortalato in una miriade di canti natalizi, probabile vestigia dell’antica festa del falò del solstizio d’inverno.

 

La più romantica di tutte le usanze natalizie è la pratica di appendere il vischio, che a sua volta affonda le sue radici nel paganesimo dei tempi antichi. La pianta del vischio era sacra ai Norreni e ai Celti. Essendo priva di radici, si credeva che essa crescesse dal cielo e possedesse magiche proprietà curative per guarire quasi ogni malattia, ma specialmente per rinnovare la fertilità.

 

È dalla Scandinavia che arrivò l’usanza di baciarsi sotto il vischio. In un’antica leggenda norreni, Frigga, dea dell’amore e della bellezza, aveva un figlio diletto, Balder, amato da tutti. Frigga percorse tutta la natura per accertarsi che niente al mondo potesse fare del male a Balder, ma tralasciò una pianta: il vischio. Loki, il dio del Male, odiava Balder, e sapendo che la dea aveva trascurato di chiedere al vischio di non fare del male a suo figlio, costruì una freccia di legno di vischio e fece in modo che Balder venisse colpito a morte da tale freccia, scagliata dal fratello cieco. Per tre giorni tutte le altre creature viventi cercarono invano di risuscitare Balder. Alla fine Frigga persuase il vischio ad aiutarla, e insieme riportarono suo figlio alla vita. Le lacrime di gratitudine della dea caddero sulla pianta diventando bacche bianche, ed ella benedisse il vischio, in modo che da quel momento chiunque fosse stato in piedi sotto di esso sarebbe stato protetto, e avesse diritto a un bacio come pegno di quell’amore e di preservazione dal male e da ogni danno.

 

Anche lo scambio dei doni nel periodo dell’oscurità più profonda è un’usanza molto antica. In Scandinavia era la Capra di Yule che portava l’Elfo di Yule a consegnare i doni al solstizio. In quell’epoca dell’anno per i Tedeschi erano due i personaggi che portavano i doni, Knecht Ruprecht (chiamato anche Der Weihnachtsmann, l’Uomo di Natale) e Sankt Nikolaus (o Der Nikolaus). I doni più grandi erano donati a Natale, quelli di minor importanza in occasione della festa di San Nicola, il 6 gennaio, una delle prime date candidate per la ricorrenza del Natale.

 

San Nicola (SanNiklaus) di Myra, nel quarto secolo arcivescovo di Kale nella moderna Turchia, è l’ispirazione principale per la figura di Santa Claus, e naturalmente è la radice da cui deriva il nome moderno. Poco si sa su di lui, ma una biografia alquanto fiorita scritta da Simon Metaphrastes nel 10° secolo riempì le lacune dove i dettagli mancavano.

 

La leggenda narra di un macellaio che durante un periodo di carestia attirò tre ragazzini in casa sua e li uccise mentre dormivano, poi li fece a pezzi e li mise in un barile di sale, con l’intenzione di venderli come cibo. Avendo sentito di quest’atto mostruoso, Niklaus si precipitò nel negozio, affrontò il macellaio e riportò i tre ragazzini alla vita.

 

Ma Niklaus era soprattutto famoso per la sua generosità nei confronti dei poveri, e la sua azione più memorabile fu di donare una dote a tre povere figlie di un devoto padre cristiano, in modo che non fossero costrette a diventare prostitute per vivere, lasciando cadere tre sacchi d’oro per loro nel camino della casa paterna. Una variante della storia narra che quella sera una delle figlie aveva lavato le sue calze e le aveva appese ad asciugare sopra alle braci, e il sacco d’oro vi cadde dentro. Niklaus aveva anche la fama di mettere delle monete nelle scarpe di chi le aveva lasciate fuori per lui.

 

Proprio mille anni fa la città di Bari decise di procurarsi qualcosa che salvasse l’economia locale e la inserisse nel redditizio business del pellegrinaggio. Nel primo Medioevo San Nicola di Myra esercitava un tale fascino che i cittadini di Bari si convinsero che la risposta ai loro problemi era lui; messa insieme una spedizione militare, individuarono la tomba di SanNiklaus a Myra, e immediatamente i doni di Nicola assunsero una nuova forma. I mercanti italiani picchiarono selvaggiamente i monaci che custodivano la tomba, dissacrarono il sarcofago, e saccheggiarono la salma e le pietre e i metalli preziosi di cui era ornata. Al loro ritorno a Bari venne eretta una basilica per ospitare il bottino e la città divenne un grande centro di pellegrinaggio, ripagandosi così largamente le spese della spedizione. Il corpo di SanNiklaus è tuttora a Bari, mentre nella sua chiesa distrutta a Myra si celebra un unico servizio religioso all’anno, il 6 dicembre, giorno del suo anniversario.

 

Oltre al suo lavoro part-time nelle vesti di Santa Claus, Nicola di Myra è anche stato patrono di gruppi assai diversi tra loro – bambini, arcieri, marinai, navigatori, gestori di agenzie di pegni – nonché delle città di Amsterdam e Mosca.

 

Ma non tutte le radici di Babbo Natale sono cristiane: molti dei rituali associati al capo degli dèi del paganesimo norreno, Odino, sono stati a loro volta ereditati dal moderno conglomerato che è Santa Claus. Nel periodo della festa di Yule, Odino, con la sua lunga barba bianca, doveva guidare una grande partita di caccia nei cieli, montando un cavallo a otto zampe chiamato Sleipnir nel cielo invernale. Quella notte i bambini avrebbero messo i loro stivali, pieni di paglia, carote e zucchero, vicino al camino per il cavallo volante di Odino, e Odino li avrebbe ricompensati lasciando cadere nel camino doni o dolciumi al posto del cibo per Sleipnir.

 

Quest’usanza giunse infine negli Stati Uniti con gli originari colonizzatori olandesi prima della conquista britannica, nel 17° secolo, evolvendo poi nella tradizione di appendere lunghe calze vicino al caminetto la vigilia di Natale.

 

Conclusione
Per la ricorrenza di alcuni eventi sono state scelte date che hanno già un significato alquanto speciale. Barack Obama, ad esempio, ha fissato molto consapevolmente le date per le sue iniziative perché coincidessero con date significative della storia di Abramo Lincoln e Martin Luther King.

 

Altri eventi hanno reso memorabili per tutta l’eternità i giorni in cui sono accaduti, che senza di essi sarebbero stati giorni qualunque. La Dichiarazione d’Indipendenza Americana, ad esempio, venne resa pubblica il 4 luglio 1776 non a causa di un particolare significato che quel giorno avesse già, ma di tutti i dibattiti e le discussioni delle bozze che c’erano stati, per cui la trascrizione del documento finale fu pronta per essere firmata in quel giorno. Tuttavia, in virtù di ciò quella data divenne la più significativa della storia degli Stati Uniti per i tempi a venire.

 

Non c’è alcun dubbio sul fatto che entrambe queste dinamiche siano state all’opera nell’istituzionalizzazione del 25 dicembre come data del Natale. Se fossero stati scelti il 6 gennaio, il 2 aprile o il 25 marzo come data di nascita ufficiale di Gesù, quei giorni avrebbero attratto la stessa magia che oggi ha il 25 dicembre. Onestamente, credo che dobbiamo riconoscere che quando la questione della commemorazione iniziò ad essere sentita importante e necessaria, nessuno sapeva più esattamente quando Gesù fosse nato, né pareva curarsene molto. Ma ciò ha importanza? Ovviamente, se si tratta di stabilire la precisione storica, ce l’ha; ma molto più importanti dell’esattezza storica della data sono innanzitutto gli eventi che hanno reso tale data speciale.

 

In verità nella riluttanza dei primi Cristiani a stabilire la data di nascita di Gesù c’era molto intuito, poiché  altre date della sua vita e le meravigliose realizzazioni corrispondenti erano molto più importanti e degne di essere celebrate, e indicavano realtà a cui voi ed io potevamo attingere, e a cui egli voleva che noi attingessimo. Osservando delle parti del Vangelo di San Luca mentre scrivevo quest’articolo ho notato, e non per la prima volta, che più di trent’anni della vita di Gesù (all’incirca il 90 per cento della sua esistenza), erano riferiti in quattro o cinque misere righe sulle trecento pagine circa del Nuovo Testamento. Che cosa stava facendo dalla sua presentazione al Tempio e dall’esilio in Egitto all’età di dodici anni? Che cosa stava facendo dai dodici ai trent’anni? Se i rotoli indiani e tibetani hanno qualcosa da dirci, è proprio che stava forgiando una via di straordinaria evoluzione personale che voi ed io saremmo stati destinati a seguire.

 

Magari si celebrasse questo, a Natale come in qualunque altro momento dell’anno. Sarebbe molto meschino e fuori luogo anche solo dare l’impressione di voler lesinare qualunque magico momento del Natale, anche se la maggior parte dei rituali e delle usanze provengono da un tempo che precede considerevolmente quello della vita di Gesù. Ma potrebbe essere saggio chiedersi se non sarebbe ancora più magico se avessimo informazioni migliori su quello che stiamo facendo –  forse anche inimmaginabilmente più magico. E possiamo chiederci quanta della magia che c’è adesso sia dovuta all’effettiva celebrazione della nascita di Gesù e di ciò che essa preannuncia per tutti noi, o quanto del moderno Natale sia subentrato successivamente per unirsi all’occasione del 25 dicembre. Probabilmente ci sarebbe più difficile provare nostalgia per un Natale di mezza estate, come chi vive in climi più caldi sa. La nostalgia della neve, della slitta e del sempreverde orlato di gelo, o la casa accogliente e piena di allegria nella notte fredda e oscura, sono più difficili da inserire nella scena.

 

Ma non possiamo dimenticare che per più della metà di due millenni le renne, la neve, le slitte, Santa Claus  e persino l’agrifoglio, l’edera, l’usanza di addobbare l’albero, la consegna dei doni e il vischio non hanno avuto niente a che fare col Natale. Tutto questo è entrato a far parte del Natale perlopiù da fonti pagane, e, tutto considerato, non così tanto tempo fa. Pensiamo anche alla meravigliosa realtà di Santa Claus e della consegna dei doni, slittata al 25 dicembre dal 6 dicembre, la festa di San Nicola, il Santa Claus originario: non c’è niente di sbagliato in tutti questi elementi, pagani o cristiani, anzi! Le più meravigliose intuizioni e strumenti dell’evoluzione spirituale possono arrivare dal decorare l’albero di Natale, ad esempio. Ma per la maggioranza delle persone che quest’anno festeggeranno la nascita di Gesù non sarà così, e quando l’attenzione si rivolgerà a Gesù, a Natale, solitamente sarà in termini della nascita straordinaria di un individuo sovrumano circondato da elementi miracolosi  e sovrannaturali fin dal concepimento. In questo scenario non c’è niente a cui attingere per voi o per me, c’è soltanto spazio per prostrarsi, venerare e adorare, e questo non è proprio quanto Gesù intendeva, ma  semplicemente un altro elemento della trasformazione subita, da ideale da imitare a idolo da adorare.

 

Natale è un momento magico, che evoca la parte migliore in tutti noi. E noi stiamo celebrando un episodio davvero meraviglioso della storia dell’umanità intera, non solo della storia del Cristianesimo. Dunque, ha importanza se Gesù sia nato il 25 dicembre o no? A quanto pare quella non è la data giusta, ma è stata consacrata da secoli di utilizzo. Inoltre, essa si erige sulle fondamenta di una festività molto più antica che aveva a che fare col superamento della paura del buio e l’emergere nella luce, pertanto qualunque siano i dettagli storici, probabilmente non avrebbe potuto essere collocata in un periodo migliore del calendario. La cosa importante è che noi celebriamo questa nascita a un certo punto dell’anno, e ancor più importante è che ci rendiamo conto che essa preannunciava un glorioso destino che anche noi abbiamo la possibilità di seguire e siamo stati destinati a realizzare, emergendo dalle tenebre alla luce, nel miglior senso. Nell’antichità una delle più grandi prove per un individuo consisteva nell’essere capace di emergere dalla totale oscurità nella totale maestria personale. Era questo il significato di tutto ciò, ed era questo che eravamo destinati a seguire. Sfortunatamente, oggigiorno non sentiremo quasi nulla di tutto ciò durante questa celebrazione, ma quanto prima lo faremo, tanto prima arriveremo a calcolare il giorno del Natale nel senso più profondo, ovvero vedendo l’autentica realtà di Gesù che ci ha detto che il nostro destino era di imparare a fare tutte le meraviglie che lui aveva fatto e anche di più, vedendo così il vero significato del Cristo-nella-massa (N.d.T.: Ramtha usa scomporre la parola Christmas, Natale, in Christ-in-mass, Cristo nella massa). Allora vedremo che tutto ciò, come tutte le sue opere, i suoi insegnamenti e i suoi esempi, in ultima analisi aveva a che fare con noi, non con lui.